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Argentina 50 anni dopo, alla Statale di Milano un percorso pubblico tra memoria, diritti e ricerca

23/03/2026

Argentina 50 anni dopo, alla Statale di Milano un percorso pubblico tra memoria, diritti e ricerca

Cinquant’anni dopo il golpe militare del 24 marzo 1976, l’Università Statale di Milano sceglie di dedicare tre giornate a una delle ferite più profonde della storia argentina, costruendo un programma che tiene insieme memoria, riflessione civile e ricerca scientifica. Il ciclo di incontri “Argentina 50 anni dopo. Tracce e trame” nasce con un’impostazione chiara: riportare al centro il tema della dittatura non come capitolo chiuso del Novecento, ma come questione ancora attiva nel lessico dei diritti umani, della giustizia e della responsabilità pubblica.

La formula adottata dall’ateneo evita la commemorazione rituale e preferisce un percorso articolato, capace di mettere in relazione storie individuali, elaborazione culturale e strumenti concreti di accertamento della verità. Il titolo stesso del progetto indica la direzione: da una parte le tracce lasciate dalla violenza del terrorismo di Stato sui corpi, sulle famiglie, sulle identità spezzate; dall’altra le trame costruite nel tempo attraverso testimonianze, lotte civili, pratiche di ricerca e trasmissione della memoria. In mezzo c’è il lavoro paziente di chi continua a interrogare il passato senza ridurlo a repertorio simbolico.

Promossa dal Labanof-MUSA, dai dipartimenti di Studi internazionali, giuridici e storico-politici e di Lingue, letterature, culture e mediazioni dell’Università Statale, in collaborazione con l’Associazione 24 marzo Onlus e la Rete per il diritto all’identità, l’iniziativa trova nelle docenti Cristina Cattaneo, Laura Scarabelli e Marzia Rosti il suo nucleo organizzativo e scientifico. La scelta delle sedi, tra Piazza Sant’Alessandro e l’Istituto di Medicina legale, restituisce bene la natura del progetto: un dialogo continuo tra sapere umanistico, impegno civile e scienza forense.

Un programma che lega il passato alla responsabilità del presente

L’incontro inaugurale del 24 marzo, data esatta del colpo di Stato argentino, si concentra sul rapporto tra memoria, testimonianza e diritti umani nel presente. È una scelta che sposta immediatamente il discorso fuori da ogni automatismo celebrativo. L’attenzione non si ferma alla ricostruzione storica dei fatti, ma si allarga alla trasmissione della memoria della dittatura e delle resistenze, cioè al modo in cui un’eredità traumatica continua a parlare alle società contemporanee.

La presenza della comunità argentina, accanto a studiose, studiosi e testimoni, rafforza questo impianto. La memoria, in questo contesto, non viene trattata come materia astratta, né come esercizio accademico autosufficiente: assume la forma di una pratica condivisa, esposta alla responsabilità di chi racconta e di chi ascolta. Le parole di Laura Scarabelli vanno precisamente in questa direzione, quando definiscono il ricordare come gesto di riparazione simbolica e come apertura di uno spazio di giustizia nella memoria pubblica. L’idea è forte, e merita attenzione, perché sottrae il ricordo al linguaggio dell’omaggio formale e lo riporta dentro una dimensione etica, politica e culturale.

Anche il contributo di Marzia Rosti insiste su un punto decisivo: il nesso tra memoria e diritto alla verità. Nel caso argentino, la questione non riguarda soltanto la conservazione del passato, ma il contrasto all’impunità, la ricostruzione delle identità cancellate, il riconoscimento delle vittime e il ruolo che la ricerca scientifica può svolgere in questo processo. È qui che il progetto milanese acquista un profilo particolarmente solido, perché non separa mai la riflessione storica dal tema della giustizia.

Arte, immagini e scrittura come strumenti di giustizia pubblica

La seconda giornata, il 26 marzo, si concentra sui linguaggi artistici, proponendo un confronto tra fotografia, arte e scrittura. Anche in questo caso la prospettiva è tutt’altro che ornamentale. L’arte non compare come cornice emotiva di un discorso già definito altrove, ma come campo di elaborazione capace di restituire visibilità a storie negate, rimosse o deformate.

L’espressione “giustizia poetica”, richiamata nel programma, sintetizza bene questa tensione. Le immagini, le opere e le narrazioni non sostituiscono il lavoro giudiziario né quello storiografico, ma possono aprire uno spazio di riconoscimento che spesso le sole categorie istituzionali non riescono a coprire fino in fondo. Nel caso dei desaparecidos, rendere visibile significa anche opporsi alla seconda scomparsa, quella prodotta dal silenzio, dall’assuefazione o dalla distanza temporale.

La composizione interdisciplinare dell’incontro suggerisce un altro elemento di rilievo: la memoria pubblica, per essere davvero trasmissibile, ha bisogno di linguaggi differenti. La testimonianza diretta resta indispensabile, ma con il passare dei decenni cresce il valore delle forme culturali capaci di far arrivare quelle storie a generazioni che non hanno conosciuto né la dittatura né la stagione immediatamente successiva. In questo passaggio, la fotografia e la scrittura diventano dispositivi di relazione, strumenti che mantengono aperta la domanda sul presente e sulle sue responsabilità.

Il ruolo della scienza forense nella ricostruzione dell’identità

La terza giornata, il 27 marzo, prevista al Labanof-MUSA, è forse quella che più chiaramente distingue l’iniziativa della Statale da molte altre occasioni commemorative. Qui il centro del discorso è il rapporto tra identità, ricerca e diritti umani, con particolare attenzione al contributo delle indagini forensi nella restituzione della verità alle famiglie delle vittime.

Cristina Cattaneo lo esplicita con parole nette: il corpo conserva tracce, storie e verità che possono essere restituite alla sfera pubblica grazie a un lavoro scientifico rigoroso e rispettoso. È un passaggio essenziale, perché richiama il valore civile della medicina legale e dell’antropologia forense quando entrano in contatto con contesti segnati da sparizioni, violenze e occultamento sistematico delle prove. Studiare i resti umani, in questa prospettiva, non appartiene a una dimensione neutra o soltanto tecnica. È un’azione che incide sulla possibilità di nominare, riconoscere, ricostruire biografie, accertare responsabilità.

Il MUSA assume così un significato che va oltre la funzione di sede ospitante. Diventa luogo simbolico e scientifico in cui il tema dell’identità prende forma concreta. Nel caso argentino, il diritto all’identità ha avuto un peso storico enorme, soprattutto per il lavoro svolto nel riconoscimento dei figli dei desaparecidos e nella restituzione della verità alle famiglie. Inserire questo tema dentro un’iniziativa universitaria italiana significa riaffermare che il sapere accademico può ancora esercitare una funzione pubblica alta, quando rinuncia all’autoreferenzialità e si misura con questioni reali.

Milano come spazio di confronto internazionale

C’è poi un aspetto che rende il ciclo particolarmente significativo: la sua natura internazionale. La partecipazione di studiose, studiosi, artisti, giornalisti, rappresentanti della società civile e familiari delle vittime costruisce un campo di confronto in cui Italia e Argentina non sono semplicemente due contesti collegati da una memoria diasporica, ma due luoghi chiamati a ragionare insieme sul modo in cui le democrazie trattano le proprie ferite storiche.

L’Università Statale di Milano, in questo quadro, non si limita a ospitare un anniversario. Si assume il compito di organizzare uno spazio di ascolto, discussione e approfondimento in cui la memoria della dittatura argentina diventa occasione per interrogare il presente: il valore della testimonianza, il diritto alla verità, il rapporto tra cultura e giustizia, la funzione della scienza quando si mette al servizio dei diritti fondamentali. È un’impostazione che restituisce peso all’università come luogo pubblico, capace di produrre sapere e insieme di orientare una discussione civile che riguarda tutta la collettività.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to