Calo delle nascite in Lombardia: una crisi che ridisegna servizi e territori
10/02/2026
tendenza attuale dovesse proseguire, entro il 2036 fino al 40% dei servizi educativi per la prima infanzia potrebbe essere costretto a chiudere. Non per mancanza di qualità, né per inefficienze gestionali, ma per l’assenza stessa dei bambini a cui quei servizi sono destinati. In alcune aree della regione il fenomeno è già visibile: la provincia di Pavia, con un tasso di natalità sceso a 6 nati per mille abitanti, rappresenta uno dei casi più emblematici di una dinamica che rischia di estendersi rapidamente ad altri territori.
La riduzione dell’utenza mette in difficoltà un comparto che svolge una funzione essenziale non solo educativa, ma anche sociale ed economica. Asili nido e servizi integrativi sono un presidio per le famiglie e un fattore determinante per la partecipazione femminile al mercato del lavoro. La loro contrazione avrebbe ricadute dirette sull’occupazione e sulla qualità della vita urbana.
Scuole sovradimensionate e nuovi vuoti urbani
Il problema, però, non si esaurisce nella fascia 0-3. Guardando allo stesso orizzonte temporale, emerge il rischio di un ridimensionamento massiccio della rete scolastica di ogni ordine e grado. Molti edifici costruiti tra gli anni Sessanta e Settanta, in risposta al baby boom, potrebbero risultare eccessivi rispetto alla popolazione studentesca reale. Secondo le stime di Assonidi, fino alla metà delle strutture scolastiche lombarde rischia di diventare sovradimensionata, trasformandosi in spazi difficili da sostenere e da riconvertire, con costi rilevanti per gli enti locali.
Questa prospettiva apre interrogativi sulla pianificazione territoriale e sull’uso futuro di un patrimonio edilizio pensato per una società che non esiste più. La chiusura o il forte ridimensionamento di scuole e servizi educativi non è neutra: impoverisce i quartieri, indebolisce i legami comunitari e contribuisce a una progressiva desertificazione sociale.
La presa di posizione di Assonidi Confcommercio richiama istituzioni nazionali, regionali e locali a una responsabilità condivisa. Senza politiche strutturali a sostegno della natalità, della genitorialità e della sostenibilità economica dei servizi educativi, il rischio è quello di inseguire l’emergenza quando le conseguenze saranno ormai irreversibili. Il 2036 non è un traguardo lontano, ma una scadenza già inscritta nelle dinamiche attuali. Intervenire ora significa accettare che i risultati matureranno nel tempo, ma ogni ulteriore rinvio potrebbe rendere il conto finale ancora più pesante per l’intera regione.
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