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Colesterolo LDL: come si calcola davvero, quali formule usare e quando non fidarsi del numero

28/01/2026

Colesterolo LDL: come si calcola davvero, quali formule usare e quando non fidarsi del numero

Quando un referto di laboratorio riporta “LDL calcolato”, il dato non nasce da uno strumento che “vede” direttamente l’LDL, ma da una stima ottenuta partendo da altri valori del pannello lipidico, e questo dettaglio spiega perché a volte il numero torna utile e altre volte è fuorviante. Il colesterolo LDL, che nei referti può comparire come LDL-C, rappresenta la quota di colesterolo trasportata dalle lipoproteine a bassa densità e viene usata come riferimento nella valutazione del rischio cardiovascolare, ma la sua determinazione dipende dal metodo impiegato dal laboratorio e dalle condizioni del prelievo. Capire come si calcola significa quindi saper leggere il pannello lipidico con un minimo di metodo, riconoscere la formula più frequente, conoscere i limiti legati ai trigliceridi e, quando serve, chiedere al medico se sia opportuno un dosaggio diretto o una stima più moderna.

Che cos’è l’LDL nel referto e perché spesso è “stimato”

Nel pannello lipidico standard compaiono quasi sempre colesterolo totale, HDL e trigliceridi, mentre l’LDL può essere riportato come valore misurato direttamente oppure calcolato con un’equazione, scelta che il laboratorio fa in base alle proprie procedure e alla qualità attesa del risultato. La ragione è pratica: misurare direttamente l’LDL richiede metodi specifici, mentre stimarlo a partire da colesterolo totale, HDL e trigliceridi è più semplice e, in molte situazioni, sufficientemente accurato. Proprio perché questa stima poggia su una relazione tra trigliceridi e colesterolo contenuto nelle VLDL, cambia di affidabilità quando i trigliceridi sono molto alti, quando il campione non è a digiuno o quando esistono condizioni metaboliche particolari che alterano la composizione delle lipoproteine. Questo è il motivo per cui un valore LDL “basso” in presenza di trigliceridi elevati va letto con cautela e, in alcuni casi, ricontrollato con un metodo diverso.

Una lettura utile del referto comincia da una domanda semplice, che si risolve spesso guardando una nota in calce: l’LDL è “calcolato” oppure “diretto”? Quando è calcolato, la formula usata può essere la classica di Friedewald oppure una versione più recente (Martin-Hopkins, NIH/Sampson), e conoscere questa informazione aiuta a capire perché due laboratori possono dare LDL diversi a parità di colesterolo totale, HDL e trigliceridi.

Formula di Friedewald: calcolo passo passo e limiti reali

La formula più diffusa nella pratica clinica tradizionale è quella di Friedewald, che stima l’LDL sottraendo al colesterolo totale l’HDL e una quota di colesterolo “attribuita” alle VLDL, ricavata dai trigliceridi. In unità mg/dL la forma classica è: LDL = Colesterolo totale − HDL − (Trigliceridi/5), dove il termine trigliceridi/5 approssima il colesterolo VLDL. Questa relazione compare anche in letteratura clinica come modalità routinaria di stima.

Per renderla concreta, immaginando un pannello con colesterolo totale 210 mg/dL, HDL 55 mg/dL e trigliceridi 150 mg/dL, il calcolo segue una sequenza lineare: prima si calcola 150/5 = 30, poi si sottrae 55 e 30 da 210 ottenendo 125 mg/dL. In referto spesso il laboratorio fa già questo passaggio, ma ricostruirlo aiuta a verificare coerenza e a capire come cambierebbe l’LDL se, ad esempio, i trigliceridi aumentassero per un pasto recente o per alcol nei giorni precedenti.

I limiti della formula non sono teorici, perché la Friedewald assume un rapporto fisso tra trigliceridi e colesterolo nelle VLDL, e questa ipotesi tende a saltare quando i trigliceridi sono elevati oppure quando il campione non è a digiuno. La letteratura riporta che la formula non dovrebbe essere usata con trigliceridi ≥400 mg/dL e che la condizione di digiuno è importante per evitare interferenze legate a chilomicroni e residui post-prandiali. In altre parole, quando nel referto i trigliceridi sono molto alti, l’LDL “calcolato” può risultare falsamente basso e dare un’impressione di sicurezza che non corrisponde al quadro reale, motivo per cui in quei casi si preferisce un dosaggio diretto o una stima alternativa.

Equazioni più moderne: Martin-Hopkins e NIH/Sampson quando servono

Negli ultimi anni si sono diffuse equazioni che correggono uno dei punti deboli di Friedewald, cioè l’uso del divisore fisso “5” per stimare il colesterolo VLDL, introducendo un fattore variabile che dipende dai trigliceridi e dal non-HDL. La Martin-Hopkins, descritta e discussa nella letteratura clinica, sostituisce il rapporto fisso con un fattore “adattivo” ricavato da tabelle e migliora l’accuratezza soprattutto quando l’LDL è basso e le decisioni cliniche dipendono da pochi mg/dL.

Accanto a Martin-Hopkins, un’altra famiglia di formule include l’equazione NIH/Sampson, pensata per mantenere una migliore validità anche con trigliceridi più alti rispetto ai limiti tradizionali, e alcune realtà di laboratorio hanno comunicato l’adozione di calcoli NIH al posto di Friedewald per aumentare l’accuratezza nei livelli bassi di LDL e con trigliceridi elevati. Il messaggio pratico, per chi legge un referto, è che “LDL calcolato” non è sempre la stessa cosa: due metodi di stima possono produrre valori diversi e, quando si è vicini a soglie decisionali, vale la pena sapere quale metodo sia stato usato o, almeno, chiedere al medico se il dato sia sufficientemente affidabile nel proprio caso.

In ambito pratico, ci sono situazioni in cui conviene esplicitamente evitare interpretazioni affrettate dell’LDL stimato: trigliceridi molto alti, sospetto di dislipidemie rare, condizioni metaboliche instabili, terapia ipolipemizzante intensa con LDL molto basso, oppure prelievo non a digiuno con trigliceridi superiori al proprio abituale. In questi scenari, il laboratorio può riportare un LDL diretto o suggerire il ricontrollo, e il clinico può scegliere l’indicatore più appropriato per decidere terapia e obiettivi.

Unità di misura, conversioni e calcoli complementari utili

Un elemento che genera errori banali, ma frequenti, riguarda le unità: in Italia è comune vedere mg/dL, mentre in altri contesti o in linee guida internazionali si trovano mmol/L. Per il colesterolo, la conversione pratica è mg/dL ÷ 38,67 = mmol/L, mentre mmol/L × 38,67 = mg/dL, e questo vale per LDL, HDL e colesterolo totale; per i trigliceridi la conversione è diversa, quindi non va “riciclata” la stessa costante. Quando si confrontano referti di laboratori diversi o si leggono target in mmol/L, la coerenza delle unità evita di interpretare come “alto” ciò che in realtà è un valore normale espresso in un altro sistema.

Accanto all’LDL, due indicatori spesso utili nella pratica clinica sono il non-HDL e, in alcuni casi, l’ApoB, perché risentono meno delle distorsioni dovute ai trigliceridi e descrivono meglio la quantità complessiva di lipoproteine aterogene. Il non-HDL si calcola in modo immediato come Colesterolo totale − HDL, e proprio per la sua semplicità può essere un “controllo incrociato” quando l’LDL stimato appare incoerente con trigliceridi elevati. L’ApoB, quando viene dosata, offre un’altra prospettiva perché conta le particelle aterogene, e diventa interessante in sindromi metaboliche o in quadri con trigliceridi alti e HDL basso, dove la semplice stima dell’LDL può non raccontare tutto.

Un esempio chiarisce il senso di questi calcoli complementari: con colesterolo totale 240, HDL 40 e trigliceridi 300, la Friedewald dà LDL = 240 − 40 − 60 = 140 mg/dL, ma lo stesso pannello produce non-HDL = 200 mg/dL, che segnala comunque una quota aterogena importante anche se l’LDL, per limiti di stima, rischia di oscillare più del dovuto; in questi casi il medico può preferire non-HDL o ApoB per impostare una strategia più robusta.

Come leggere l’LDL calcolato: target clinici e quando ripetere l’esame

Interpretare il valore LDL senza contesto porta spesso a fraintendimenti, perché le soglie “desiderabili” non sono uguali per tutti e dipendono dal profilo di rischio cardiovascolare, dalla presenza di eventi pregressi e da condizioni come diabete o malattia renale. In ambito europeo, per la prevenzione secondaria e per pazienti a rischio molto elevato si citano obiettivi stringenti, come LDL <55 mg/dL con riduzione di almeno il 50% dal basale, indicazione riportata in aggiornamenti di pratica cardiologica legati alle raccomandazioni ESC. Questo non significa che un singolo numero “decida” tutto, perché il target va sempre inserito nel quadro clinico, ma chiarisce perché una differenza di 10–15 mg/dL può diventare rilevante in alcuni pazienti e irrilevante in altri.

Sul piano operativo, ci sono segnali che suggeriscono di ripetere il profilo lipidico o di discutere un metodo alternativo: un LDL sorprendentemente basso con trigliceridi alti, un prelievo non a digiuno quando il medico ha chiesto digiuno, una variazione ampia rispetto ai valori storici senza una spiegazione plausibile, oppure l’avvio o la modifica recente di terapie che influenzano lipidi e trigliceridi. Anche la preparazione al prelievo incide più di quanto si creda, perché un pasto ricco di grassi, alcol nelle 24–48 ore precedenti o un’infezione in corso possono alterare trigliceridi e quindi la stima dell’LDL; quando si cerca un dato “di riferimento”, un prelievo eseguito in condizioni stabili, con indicazioni rispettate, rende il numero più affidabile.

Una lettura matura del pannello lipidico, infine, considera che il calcolo dell’LDL serve a prendere decisioni, non a collezionare valori, e proprio per questo la domanda utile da portare al medico riguarda l’affidabilità del metodo nel proprio caso e l’indicatore più adatto tra LDL stimato, LDL diretto, non-HDL e ApoB. Un referto interpretato con questa logica diventa uno strumento concreto, perché mette insieme accuratezza del dato, rischio individuale e obiettivo terapeutico, evitando sia allarmismi gratuiti sia rassicurazioni basate su una stima poco stabile.

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Andrea Bianchi

Autore di articoli di attualità, casa e tech porto in Italia le ultime novità.