Generazione Z tra aspirazioni e fragilità: il futuro secondo i giovani italiani
24/03/2026
A Palazzo Lombardia si è aperto un confronto di notevole rilievo su un tema che attraversa famiglie, scuole, servizi territoriali e istituzioni: il modo in cui i giovani della Generazione Z immaginano il proprio futuro e vivono il proprio presente. L’occasione è stata la presentazione dell’indagine “I giovani in Italia – Generazione felice?”, realizzata da Eumetra MR per Telefono Donna Italia, insieme al report “Giovani e felicità – il racconto dei media” curato da VOLOCOM S.p.a. Due strumenti diversi, ma complementari, che hanno offerto un ritratto articolato, per molti versi inquieto, di una generazione spesso raccontata in modo sbrigativo e semplificato.
Il valore dell’incontro non risiede soltanto nei dati emersi, ma nella qualità del confronto che ne è seguito, con la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, del mondo della ricerca, della scuola e delle professioni psicologiche. Ne è uscito un messaggio netto: il benessere giovanile non può più essere affrontato come un tema secondario o da evocare soltanto nei momenti di emergenza. Richiede politiche stabili, ascolto reale e una capacità di leggere i segnali del disagio prima che si aggravino.
Una generazione sospesa tra autonomia e senso di inadeguatezza
La ricerca realizzata da Eumetra per Telefono Donna Italia, illustrata da Renato Mannheimer, ha messo a fuoco un elemento particolarmente significativo: i giovani intervistati si dichiarano più spesso soddisfatti che davvero felici. È una distinzione importante, perché suggerisce una condizione esistenziale meno lineare di quanto si possa immaginare. La felicità, per molti di loro, non coincide con una serenità piena e stabile, ma con la possibilità di conquistare autonomia, costruire uno spazio proprio e provare a proiettarsi nel futuro.
Proprio sul futuro, tuttavia, emergono le crepe più evidenti. Tra i più giovani del campione si riscontrano maggiore indecisione, un senso diffuso di inadeguatezza e una fragilità che affiora soprattutto quando si tratta di immaginare il domani. L’orizzonte non appare come una promessa rassicurante, bensì come una dimensione spesso incerta, difficile da abitare e da interpretare. A questo si aggiunge la solitudine, indicata come uno dei sentimenti che segnano con più forza le nuove generazioni, specie nella fase adolescenziale e nella prima giovinezza.
Crescendo, secondo quanto emerso dall’indagine, il rapporto con il partner e con pochi amici autentici acquista un peso maggiore, quasi a suggerire che la qualità delle relazioni conti più della loro quantità. È un dato che invita a osservare con attenzione il modo in cui i giovani costruiscono i propri legami, selezionano i punti di riferimento e cercano spazi di riconoscimento in una società che spesso li espone a una pressione continua, ma raramente offre strumenti adeguati per leggerla e contenerla.
Il racconto del web e il presente come unico orizzonte
A completare il quadro è intervenuto il report di VOLOCOM, richiamato da Fulvio Palmieri, secondo cui la felicità nel racconto del web appare come una ricerca continua, prevalentemente ancorata al presente. Il futuro, in questa narrazione, resta marginale. È un passaggio che merita attenzione, perché suggerisce una distanza tra la costruzione pubblica dell’immaginario giovanile e il vissuto reale di molti ragazzi.
Se il web tende a privilegiare una rappresentazione della felicità legata all’immediatezza, all’esperienza istantanea e alla continua esposizione del presente, i giovani sembrano invece portare dentro di sé una domanda più complessa, che riguarda il senso del proprio percorso, la possibilità di sentirsi all’altezza e la ricerca di una collocazione credibile nel mondo adulto. Il divario tra ciò che viene mostrato e ciò che viene interiormente vissuto può contribuire ad alimentare frustrazione, confronto costante e senso di scarto rispetto a modelli percepiti come irraggiungibili.
È in questa frattura che si inserisce una parte del disagio contemporaneo. L’impressione, leggendo i dati e ascoltando gli interventi, è che molti giovani si trovino a gestire da soli una quantità crescente di aspettative, senza avere sempre attorno una rete sufficientemente forte capace di accompagnarli. Il problema, allora, non è soltanto riconoscere l’esistenza di una fragilità, ma costruire contesti nei quali quella fragilità possa essere accolta e trasformata in consapevolezza, senza essere subito letta come colpa o fallimento.
Le risposte della Lombardia tra prevenzione, scuola e territori
Nel corso dell’incontro, l’assessore regionale alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità Elena Lucchini ha ribadito che il benessere dei giovani rappresenta una priorità per Regione Lombardia. La lettura offerta dalla Regione insiste sulla necessità di rafforzare interventi strutturati e integrati, capaci di intercettare precocemente il disagio e di intervenire prima che assuma forme più profonde e difficili da trattare.
In questa direzione si inserisce la misura “Ri-Scatto”, che attraverso i Piani di azione territoriali coinvolge Prefetture, scuole, ATS, enti locali e Terzo settore in interventi di prevenzione e contrasto al bullismo, al cyberbullismo e alle forme di devianza giovanile. Accanto a questa iniziativa, la Regione ha ricordato anche il percorso “#UP – Percorsi per crescere alla grande”, pensato per costruire interventi personalizzati rivolti a ragazzi e famiglie che attraversano situazioni di fragilità.
Il punto interessante, in questo caso, è la volontà di non separare il disagio psicologico dal contesto educativo e sociale in cui si manifesta. La risposta non viene immaginata come un intervento isolato, ma come una rete che prova a mettere in comunicazione istituzioni, scuola e comunità educante. È una prospettiva che attribuisce ai territori una funzione decisiva e che riconosce nel protagonismo giovanile un elemento da promuovere, non soltanto da assistere.
Ascolto, salute mentale e nuovi linguaggi per incontrare i ragazzi
Su questo stesso terreno si sono collocati anche gli interventi di Stefania Bartoccetti, fondatrice di Telefono Donna Italia, e di Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Bartoccetti ha parlato di un’immagine dei giovani fatta di aspirazioni, fragilità e bisogno di ascolto, sottolineando come i dati non possano restare materia da commentare, ma debbano trasformarsi in azioni concrete, spazi di relazione, strumenti di prevenzione e percorsi di supporto realmente accessibili.
Di Mattei ha invece richiamato il delicato equilibrio tra bisogno di autonomia e bisogno di relazione, osservando come ansia, pressione e senso di inadeguatezza siano oggi sempre più diffusi. L’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha attivato un gruppo di lavoro dedicato al disagio giovanile e sostiene iniziative come il Paranoia Festival, considerate occasioni preziose per portare la psicologia fuori dagli studi professionali e dentro i luoghi della vita quotidiana, attraverso linguaggi più vicini alle nuove generazioni.
È forse proprio questo uno dei punti più rilevanti emersi a Palazzo Lombardia: la salute mentale dei giovani non può essere affrontata esclusivamente nei contesti specialistici, né soltanto quando il malessere è già esploso. Ha bisogno di linguaggi accessibili, di adulti capaci di ascoltare senza giudicare, di scuole preparate a leggere i segnali e di servizi presenti nei territori. La presenza della “classe più felice d’Italia”, l’Istituto Tecnico Agrario Gallini di Voghera, vincitrice del contest promosso dalla Fondazione della Felicità e rivolto a oltre 2.500 studenti, ha offerto alla giornata anche un segnale positivo: il benessere psicologico può essere coltivato, discusso e promosso nei contesti scolastici, purché si scelga di riconoscerlo come parte integrante dell’esperienza educativa.
Il quadro emerso dall’incontro non consegna l’immagine di una generazione perduta, ma quella di una generazione che chiede ascolto, strumenti e credibilità. I giovani continuano a cercare autonomia, senso e relazioni autentiche; il compito delle istituzioni e delle comunità educanti è fare in modo che questa ricerca non si trasformi in solitudine o smarrimento, ma trovi luoghi, parole e presenze capaci di sostenerla davvero.