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Incendio di Crans-Montana, l’impegno della Statale di Milano tra terapia intensiva e chirurgia plastica

25/03/2026

Incendio di Crans-Montana, l’impegno della Statale di Milano tra terapia intensiva e chirurgia plastica

Ci sono emergenze che si consumano nel tempo breve della cronaca e altre che, una volta spenti i riflettori, continuano a misurare la tenuta delle persone, dei reparti, delle competenze e della capacità di restare lucidi dentro una pressione estrema. La vicenda dell’incendio di Capodanno a Crans-Montana appartiene a questa seconda categoria. Per oltre due mesi, medici e specializzandi dell’Università Statale di Milano hanno lavorato dentro una situazione di straordinaria complessità clinica e umana, segnata dalla gravità delle ustioni, dall’età giovanissima di molte vittime e dalla necessità di costruire risposte tempestive, coordinate e altamente specialistiche.

A emergenza avanzata, quando il racconto pubblico si era già rarefatto, l’Ateneo ha scelto di raccogliere le testimonianze di chi, nella comunità della Facoltà di Medicina e Chirurgia, ha preso parte a questo lungo sforzo. Ne esce un racconto corale che non cerca enfasi, ma restituisce con chiarezza il peso di settimane vissute tra corsie, sale operatorie, terapie intensive e turni senza tregua. È una narrazione che parla di competenza e responsabilità, ma anche di formazione, di lavoro di squadra e di quella zona delicata in cui la medicina incontra l’impatto emotivo del trauma.

La terapia intensiva del Policlinico e il ruolo decisivo dell’ECMO

Tra le figure centrali di questa risposta sanitaria c’è il professor Giacomo Grasselli, docente del Dipartimento di Fisiopatologia medico-chirurgica e dei trapianti della Statale e direttore dell’Emergenza Urgenza del Policlinico di Milano. Grasselli, tra i maggiori esperti internazionali nella gestione dell’insufficienza respiratoria acuta e dell’ARDS, ha seguito una delle giovani vittime dell’incendio nella Terapia Intensiva “Vecla”, individuata dalla Direzione generale Welfare della Regione Lombardia come centro di coordinamento per la gestione dei pazienti con insufficienza respiratoria acuta e dei trattamenti di supporto respiratorio extracorporeo, tra cui l’ECMO.

Nella sua testimonianza, Grasselli ricostruisce il momento in cui, il 13 gennaio, è stato contattato dai colleghi della Terapia Intensiva Generale dell’Ospedale Niguarda per valutare uno dei ragazzi ustionati, colpito da una forma gravissima di insufficienza respiratoria refrattaria ai trattamenti convenzionali. Su sua indicazione è stato avviato il supporto ECMO e il paziente è stato trasferito al Policlinico, dove è stato seguito per circa un mese, prima di tornare al Centro Grandi Ustionati di Niguarda. Durante quel periodo, nonostante un quadro inizialmente giudicato molto grave, le condizioni del ragazzo sono migliorate fino a consentire la sospensione del supporto extracorporeo dopo circa due settimane.

Il punto che emerge con forza dalle parole di Grasselli è che la gestione di un caso tanto complesso non appartiene mai al gesto di un singolo, ma a una rete fitta di professionalità. Attorno al letto del paziente si muovono anestesisti-rianimatori, infermieri, fisioterapisti, psicologi, neuropsichiatri infantili, perfusionisti, chirurghi, infettivologi e specializzandi. In questo caso, molte di queste figure afferiscono alla Statale: oltre allo stesso Grasselli, i professori Scaravilli e Mauri, gli specializzandi della terapia intensiva, la professoressa Bandera con il suo team, determinante nel trattamento di una difficile infezione polmonare sostenuta da un batterio multiresistente, e il professor Carrafiello, alla guida della Radiologia.

Gli specializzandi di Niguarda e il peso umano dell’assistenza ai giovani feriti

Un altro fronte essenziale dell’emergenza si è sviluppato all’Ospedale Niguarda, dove gli specializzandi in Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica della Statale hanno lavorato accanto all’équipe guidata dal professor Giorgio Pajardi, docente del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità e direttore della scuola di specializzazione. Nella loro testimonianza, Alessandro Dotti, Sofia Miglietti, Davide Molinari, Pietro Oldani, Francesco Penasa, Vito Russo e Chiara Truini raccontano un’esperienza che definiscono insieme professionale e umana, destinata a lasciare un segno profondo.

I giovani feriti trasferiti a Milano hanno richiesto un’assistenza continua, fatta di valutazioni iniziali, trattamenti chirurgici, medicazioni e di un percorso di cura che, in diversi casi, prosegue ancora. Gli specializzandi hanno preso parte in modo diretto a tutte queste fasi, inseriti in un lavoro collegiale che ha coinvolto medici strutturati, infermieri, anestesisti e tutto il personale sanitario. Ma nella loro voce c’è anche la consapevolezza che curare ragazzi molto giovani significa confrontarsi ogni giorno non soltanto con la complessità clinica delle ustioni, ma con la fragilità, la paura e la speranza che accompagnano un trauma così devastante.

È qui che il racconto si fa più denso. Molti di loro spiegano di aver scelto di restare in ospedale, rinunciando a ferie e pause, per garantire continuità assistenziale e sostenere il reparto in una fase di massima pressione. Non lo descrivono come un gesto eccezionale, ma come una conseguenza naturale del sentirsi parte di una squadra e di una responsabilità condivisa. Dentro questa esperienza, il ruolo dello specializzando emerge con particolare nitidezza: medico in formazione, certo, ma già presenza concreta e indispensabile nella gestione del lavoro clinico quotidiano.

Una scuola di medicina che unisce assistenza, ricerca e responsabilità

Nel commento del prorettore ai Rapporti con il Sistema sanitario e presidente del Comitato di Direzione della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Francesco Blasi, l’emergenza di Crans-Montana viene letta come una conferma del valore della comunità accademica e clinica della Statale. Gli specialisti e gli specializzandi, osserva, hanno garantito competenza, prontezza e dedizione, trasformando una situazione critica in un’esperienza di crescita professionale e formativa. Il supporto degli specializzandi di chirurgia plastica all’équipe di Niguarda e l’impegno di Grasselli e del suo gruppo di rianimatori mostrano, nelle sue parole, come assistenza, ricerca e didattica possano integrarsi efficacemente anche nelle circostanze più difficili.

È un punto che merita attenzione, perché tocca una questione strutturale della medicina universitaria: la capacità di formare professionisti che siano all’altezza della complessità clinica, ma anche consapevoli della dimensione sociale e umana della loro funzione. Dentro la vicenda di Crans-Montana, questa integrazione non appare come una formula astratta, ma come una realtà concreta fatta di reparti che insegnano mentre curano, di specializzandi che apprendono dentro la responsabilità e di docenti che guidano il lavoro mantenendo insieme rigore clinico e tenuta organizzativa.

Il valore degli specializzandi e una prova che lascia un segno

Nelle parole del professor Giorgio Pajardi si concentra una riflessione che supera la singola emergenza e investe il ruolo degli specializzandi nel sistema sanitario. Pajardi li definisce una risorsa inestimabile: professionisti laureati dopo anni di studio, già impegnati nei reparti, che meritano di essere valorizzati in modo più netto. La sua osservazione si accompagna a un riconoscimento umano molto diretto, che descrive ragazze e ragazzi capaci di metterci il cuore, spesso anche a costo di sacrifici personali importanti e di un lavoro svolto in condizioni di forte stress.

La vicenda di Crans-Montana, letta da questa angolatura, diventa allora anche una prova generale di ciò che la sanità chiede ai suoi professionisti più giovani e di ciò che essi già offrono, spesso ben oltre la definizione formale del loro ruolo. Non è soltanto una storia di emergenza ben gestita, ma il ritratto di una generazione di medici che si forma nel contatto diretto con i casi più duri, imparando che la competenza non basta se non è accompagnata da resistenza, presenza e capacità di restare accanto ai pazienti quando la cura richiede tempo, costanza e lucidità.

Nel bilancio di queste settimane resta, sopra ogni cosa, l’idea di una comunità universitaria e ospedaliera che ha saputo rispondere senza sottrarsi alla durezza della situazione. Dentro l’intensità di quelle giornate, nelle terapie intensive e nei reparti di chirurgia plastica, si è vista una medicina che non coincide soltanto con la tecnica, pur indispensabile, ma con il modo in cui una squadra sceglie di stare dentro l’emergenza e di attraversarla fino in fondo.

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Fabiana Fissore

Fabiana Fissore è web editor e creator di contenuti dedicati a lifestyle urbano ed eventi locali. Racconta la città con uno stile fresco e coinvolgente, a stretto contatto con il territorio.