Oltrepò Pavese, Pinot Nero e la “Visione” che cerca numeri più grandi delle parole
21/01/2026
L’Oltrepò Pavese ha una particolarità che, a forza di ripeterla, rischia di diventare un luogo comune e invece resta un dato duro: circa 3.000 ettari vitati a Pinot Nero dentro una superficie viticola complessiva di 13.500 ettari. In Italia non c’è un altro territorio che tenga quel passo con lo stesso vitigno; nel racconto di TEHA (The European House – Ambrosetti) l’area è indicata come terza al mondo per estensione, dietro Borgogna e Champagne, e come snodo centrale della viticoltura lombarda, con una quota superiore al 60% della produzione regionale.
È da qui che parte la nuova community “Visione Vino”: un’alleanza dichiarata tra istituzioni, filiera e mondo economico, presentata a Palazzo Lombardia, con l’ambizione di trasformare un primato agronomico in un progetto che regga su qualità, identità e mercato.
Una leadership di superficie, un margine di bottiglia
Il punto più interessante non è il primato in sé, ma la distanza che separa quel primato da ciò che arriva davvero al consumatore sotto forma di denominazione riconoscibile. Benedetta Brioschi (TEHA) ha messo l’accento su un divario che, letto senza toni celebrativi, suona come una diagnosi: a fronte di migliaia di ettari di Pinot Nero, la produzione certificata tra Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG e Pinot Nero DOC viene descritta come inferiore a un milione di bottiglie. In quel “meno di” c’è la misura di un potenziale non ancora tradotto in posizionamento.
Riccardo Binda, direttore del Consorzio di Tutela, insiste su un’idea complementare: l’Oltrepò avrebbe “più margini di sviluppo” sia per numeri, sia per nuovi impianti, anche in altitudine, così da ridurre l’esposizione ai colpi del clima. Il messaggio, in controluce, è chiaro: il territorio può crescere, ma dovrà farlo scegliendo dove mettere radici e dove mettere valore.
Voghera “capitale” del confronto: il Forum del 16–17 ottobre
La tappa operativa sarà a Voghera, il 16 e 17 ottobre, al Teatro Valentino Garavani, dove verrà presentato in anteprima il “Rapporto Strategico Visione Vino 2026”. La regia dell’iniziativa prova a tenere insieme studio e politica industriale: non un convegno di settore, ma un luogo in cui la filiera si misura con consumi che cambiano, mercati che si restringono, costi che crescono.
I dati anticipati parlano di un commercio internazionale in volume sceso del 9,1% rispetto al 2021, con un valore complessivo rimasto stabile; e di consumi interni che, secondo l’impostazione del rapporto, vedono l’Italia arretrare nelle classifiche mondiali. Gian Marco Centinaio lega la risposta a un’idea di “più valore al prodotto”, citando strade pratiche: dal dealcolato all’apertura di mercati alternativi, fino a una linea comune europea tra Paesi produttori.
Clima, enoturismo, ricambio: la partita che decide la reputazione
Dentro la “Visione” c’è anche un capitolo ambientale, perché l’agricoltura non può più permettersi di trattare il meteo come un rumore di fondo. Nelle anticipazioni legate al lavoro della community si richiama l’impatto economico delle anomalie climatiche, con stime di perdite miliardarie per il comparto agricolo e proiezioni in crescita verso il 2050. È un passaggio che pesa su ogni scelta di impianto, vendemmia, stile produttivo, assicurazione, credito.
Per Elena Lucchini, che ha voluto sottolineare la “centralità” del territorio, la chiave sta in un’alleanza “autentica” tra istituzioni e una visione capace di tenere insieme innovazione, capitale umano e sostenibilità, con Voghera come porta d’accesso naturale all’Oltrepò e, al tempo stesso, come piazza adatta a parlare a un pubblico nazionale.
L’enoturismo e il passaggio generazionale (dato indicato come ancora aperto in una quota importante delle aziende) entrano così nel discorso per ciò che sono: leve economiche e culturali, strumenti per rendere una denominazione riconoscibile anche quando non la si sta bevendo, ma la si sta visitando, raccontando, ereditando.
Ottobre dirà se la “Visione” saprà trasformare un primato di ettari in un primato di reputazione, e soprattutto se quel milione scarso di bottiglie certificate resterà un limite o diventerà il primo numero destinato a cambiare.
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