Sangalli avverte sulle tensioni nel Golfo: “La ripresa può svanire, l’Europa riveda alcune regole ambientali”
23/03/2026
L’avvio del 2026 aveva lasciato intravedere un quadro meno fragile per l’economia italiana, con segnali incoraggianti sul fronte della domanda interna e un clima che, pur senza entusiasmi, appariva più favorevole rispetto a molte delle incertezze accumulate nei mesi precedenti. Su questo scenario, però, si è abbattuto il nuovo fattore di instabilità rappresentato dalla crisi in Medio Oriente, che secondo il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli rischia di riaprire una fase di forte pressione su prezzi, consumi e investimenti.
Intervistato da QN – Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino, Sangalli ha indicato con chiarezza il punto: le tensioni nell’area del Golfo stanno rimettendo in discussione prospettive che fino a poche settimane fa sembravano più solide. Il primo effetto temuto riguarda una nuova spinta inflazionistica, capace di colpire in tempi rapidi la fiducia di famiglie e imprese. Quando l’energia torna a pesare in modo più aggressivo sui costi, il contraccolpo si riflette a catena sui bilanci domestici, sulla propensione alla spesa, sulle decisioni di investimento e, più in generale, sulla capacità del sistema economico di mantenere un percorso di crescita.
Petrolio, inflazione e settori più esposti alla crisi
Nella lettura del presidente di Confcommercio, i comparti che rischiano di pagare il prezzo più alto sono quelli già più esposti all’andamento dei costi energetici e alla volatilità internazionale: trasporti, logistica e turismo. Sono settori in cui l’aumento del prezzo del petrolio non resta una variabile astratta, ma si traduce rapidamente in costi operativi più alti, margini compressi e minore competitività. In un’economia come quella italiana, dove i servizi hanno un peso decisivo e dove il turismo rappresenta una componente essenziale della tenuta di molti territori, un aggravamento prolungato dello scenario internazionale finirebbe per produrre effetti molto concreti.
Sangalli formula anche una previsione netta sul possibile impatto macroeconomico. Se il prezzo del petrolio dovesse restare sopra i 100 dollari al barile fino alla fine dell’anno, il 2026 potrebbe subire un drastico ridimensionamento delle attese, fino a vedere dimezzata la crescita economica. La formula scelta dal presidente di Confcommercio è diretta e priva di attenuanti: in quel caso, la ripresa svanirebbe. È un messaggio che richiama l’attenzione non soltanto sul breve periodo, ma sulla fragilità strutturale di una crescita ancora troppo dipendente da equilibri esterni che l’Italia e l’Europa non controllano pienamente.
Il nodo delle accise e la richiesta all’Unione europea
Nel ragionamento di Sangalli entra anche il tema delle misure di contenimento. La riduzione temporanea delle accise sui carburanti viene giudicata positivamente, ma con una riserva evidente: la durata limitata dell’intervento rischia di renderlo insufficiente se la crisi geopolitica dovesse protrarsi. Un taglio valido per venti giorni può offrire un sollievo iniziale, ma non basta a proteggere davvero famiglie e imprese nel caso in cui le quotazioni internazionali del greggio restino elevate o continuino a salire. Per questo, secondo Confcommercio, l’andamento del prezzo del petrolio andrà monitorato con grande attenzione, evitando risposte troppo corte rispetto alla durata reale dell’emergenza.
Accanto alle misure nazionali, Sangalli chiama in causa direttamente l’Unione europea. La richiesta è quella di rivedere alcune regole ambientali, già introdotte o in procinto di entrare in vigore, a partire dal meccanismo di negoziazione delle emissioni ETS ed ETS2. Il punto, nella visione di Confcommercio, non è mettere in discussione in sé la transizione ambientale, ma evitare che strumenti pensati in una fase ordinaria producano effetti troppo pesanti in un contesto segnato da shock energetici e instabilità geopolitica.
Il messaggio che arriva dal vertice di Confcommercio è dunque duplice. Da una parte c’è l’allarme per un’economia che rischia di perdere slancio proprio mentre sembrava avviarsi verso una fase meno compressa; dall’altra la richiesta di una politica economica più flessibile, capace di adattare scelte fiscali ed europee a uno scenario che nel giro di poche settimane è tornato molto più instabile. Sullo sfondo resta una questione che accompagna da tempo il dibattito economico italiano: come conciliare sostenibilità, crescita e tutela del tessuto produttivo in una fase internazionale che continua a sottrarre certezze.
Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to