Smog in Lombardia: migliorano traffico e riscaldamento, ma la zootecnia frena il cambiamento
28/01/2026
L’avvio del 2026 ha riportato la Lombardia dentro uno scenario che sembrava, almeno in parte, alle spalle. Dopo un 2025 chiuso con segnali incoraggianti sul fronte della qualità dell’aria, le prime settimane dell’anno hanno mostrato quanto il sistema resti fragile e dipendente da condizioni meteorologiche favorevoli. L’aria stagnante della Pianura Padana ha fatto riemergere livelli di inquinamento elevati, con superamenti ripetuti delle soglie di sicurezza per le polveri sottili, in pianura come nelle valli.
La fotografia che emerge dai dati è netta: le politiche su traffico e riscaldamento stanno producendo risultati misurabili, ma il contributo delle emissioni agricole, in particolare degli allevamenti intensivi, continua a pesare in modo determinante sull’equilibrio complessivo.
I progressi che non bastano: trasporti e riscaldamento
Nel corso dell’ultimo decennio, il rinnovamento del parco veicolare e le limitazioni alla circolazione dei mezzi più inquinanti hanno portato a una riduzione significativa delle emissioni di ossidi di azoto. Anche il settore del riscaldamento domestico, seppur con maggiore lentezza, ha avviato una trasformazione che privilegia tecnologie più efficienti, come le pompe di calore, a scapito degli impianti a combustione tradizionali.
Secondo i dati diffusi da ARPA Lombardia, le emissioni di Nox si sono ridotte di circa un terzo rispetto a dieci anni fa. Un risultato tutt’altro che marginale, che dimostra come interventi normativi, incentivi economici e innovazione tecnologica possano incidere in modo concreto sulla qualità dell’aria. Eppure, nonostante questi passi avanti, le concentrazioni medie di PM10 restano ben oltre i valori che l’Unione europea chiede di raggiungere entro il 2030.
Il nodo irrisolto degli allevamenti intensivi
Il vero elemento di frizione è rappresentato dal settore zootecnico. Le emissioni di ammoniaca, legate in larga parte alla gestione dei reflui degli allevamenti intensivi, non mostrano una tendenza alla diminuzione. Questo gas, pur invisibile, gioca un ruolo decisivo nella formazione del particolato secondario, soprattutto nei mesi invernali.
Nelle aree a più alta densità zootecnica – Cremona, Mantova, Lodi e parte delle province di Brescia e Bergamo – la qualità dell’aria continua a migliorare con estrema lentezza. Gli interventi finanziati per ridurre l’impatto degli allevamenti hanno spesso avuto un effetto di compensazione, neutralizzando l’aumento del numero di capi senza produrre benefici reali sul piano ambientale. Una situazione che Legambiente Lombardia definisce ormai strutturale, legata a un sovraccarico produttivo che il territorio non riesce più ad assorbire.
Politiche ambientali e scelte di sistema
Il problema non riguarda solo la tecnologia, ma il modello stesso di sviluppo agricolo. Affrontare le emissioni zootecniche significa ripensare le filiere, riequilibrare il rapporto tra allevamenti e territorio, introdurre criteri di sostenibilità che vadano oltre la semplice mitigazione degli effetti.
Senza un intervento deciso su questo fronte, ogni miglioramento rischia di restare episodico, affidato alla pioggia o a una ventilazione più favorevole. La qualità dell’aria lombarda continua così a oscillare, segno che la transizione ecologica, per essere efficace, deve coinvolgere tutti i settori responsabili delle emissioni, senza eccezioni.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to