Università Statale di Milano, più laureate ma il divario retributivo resiste
18/02/2026
Nel 2024 l’Università degli Studi di Milano ha laureato 12.107 studenti. Di questi, 6.708 hanno conseguito un titolo di primo livello, 3.986 una laurea magistrale biennale e 1.413 un corso a ciclo unico. A colpire è soprattutto la composizione di genere: le donne rappresentano il 61,3% del totale dei laureati. La loro presenza è stabile e consistente in tutti i livelli di studio — 61,1% nei corsi triennali, 59,2% nelle magistrali e 68% nei percorsi a ciclo unico — delineando un’università in cui la componente femminile è maggioritaria.
I dati emergono dal Rapporto di genere 2026 di AlmaLaurea, presentato nel quadro degli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 e delle strategie europee sulla parità, dalla Gender Equality Strategy allo sviluppo dello European Education Area. La fotografia che ne deriva, tuttavia, non è uniforme: accanto ai progressi, restano differenze strutturali.
Origini familiari e scelte formative
Il 36,5% delle laureate ha almeno un genitore con titolo universitario, una quota inferiore rispetto al 40,9% registrato tra gli uomini. Le donne, pur essendo più numerose tra i laureati, provengono in misura leggermente minore da famiglie con un background accademico.
Nei corsi a ciclo unico si osserva un ulteriore scarto: tra chi ha almeno un genitore laureato, solo il 31,7% delle donne sceglie lo stesso ambito disciplinare di uno dei genitori, contro il 40,4% degli uomini. Un dato che suggerisce una maggiore autonomia nelle scelte formative femminili, ma anche percorsi meno legati a tradizioni familiari consolidate.
Il 78,9% delle studentesse arriva da un diploma liceale, percentuale superiore al 68,6% dei colleghi. Durante l’università, le donne risultano più coinvolte nelle esperienze formative: il 57,4% ha svolto un tirocinio curriculare, contro il 52,5% degli uomini. Anche sul piano della regolarità accademica emergono risultati migliori: il 63,2% delle laureate conclude gli studi in corso, rispetto al 59,2% dei laureati.
Occupazione elevata, ma stipendi più bassi
A cinque anni dal titolo, i laureati magistrali del 2019 mostrano tassi di occupazione molto alti. Tra le donne l’occupazione raggiunge il 93,2%, leggermente superiore al 91,8% maschile. Il dato conferma la solidità del titolo della Statale sul mercato del lavoro.
Le differenze emergono però nelle condizioni contrattuali e retributive. Le donne risultano più presenti con contratti a tempo determinato, pur registrando una quota più alta di contratti a tempo indeterminato rispetto agli uomini (53,5% contro 50,7%). Il settore pubblico assorbe il 33,3% delle occupate, con uno scarto contenuto rispetto alla componente maschile.
Il nodo più evidente riguarda la retribuzione: a cinque anni dalla laurea, le donne dichiarano in media 1.796 euro netti mensili, mentre gli uomini raggiungono 1.999 euro. Oltre 200 euro di differenza, a parità di livelli occupazionali, indicano un divario economico che persiste.
STEM: numeri incoraggianti, squilibri persistenti
Nell’area STEM la presenza femminile alla Statale nel 2024 si attesta al 46,3%, superiore alla media nazionale di circa il 41,1%. Un dato che segnala un’evoluzione significativa nell’accesso alle discipline scientifiche e tecnologiche.
Anche qui, però, le differenze non scompaiono. A cinque anni dal titolo, il tasso di occupazione femminile STEM è del 92,2%, contro il 96,3% maschile. Sul fronte retributivo, le laureate STEM dichiarano in media 1.865 euro netti mensili, mentre gli uomini raggiungono 2.036 euro. Le donne risultano inoltre più presenti in attività in proprio e con una maggiore incidenza di contratti a termine; gli uomini più frequentemente assunti a tempo indeterminato.
La rettrice Marina Brambilla sottolinea come il Rapporto rappresenti uno strumento essenziale per leggere l’evoluzione dell’università italiana sul tema della parità. I dati della Statale mostrano progressi rilevanti nella partecipazione e negli esiti occupazionali femminili, ma il quadro rimane articolato. La presenza maggioritaria delle donne nei percorsi di studio non si traduce ancora in un equilibrio pieno nelle condizioni economiche e professionali. Un terreno su cui, secondo l’Ateneo, occorre continuare a intervenire con politiche mirate e monitoraggi costanti.
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